La montagna interpretata

Testo ispirato dalla mostra “Nel segno della montagna. Nuove donazioni alla Fototeca del Si.M.U.L.”, a cura di Barbara Cattaneo, Luigi Erba e Daniele Re, aperta a Palazzo delle Paure di Lecco dal 24-02 al 14-04 2019.

Il lavoro di ricerca svolto per la realizzazione di questa mostra ha prodotto un importante catalogo, un punto di riferimento per le figure di Ausonio Zuliani e Giluano Cantaluppi, autori di cui fino ad oggi si avevano poche informazioni e frammentarie. La maggior parte delle notizie sono stare reperite attraverso la ricerca bibliografica sugli articoli scritti da Zuliani in merito all’alpinismo e allo sci lecchesi. Questo tipo di ricerca è fondamentale ad ogni mostra perché non si può esporre al pubblico qualcosa in modo chiaro e coerente se prima il curatore non entra in contatto con le opere. Quindi qui è riassunta la funzione del catalogo.
Per quanto riguarda le fotografie esposte in mostra il percorso inizia con una selezione di Federico Mariani (Ivrea/Bergamo, 1841 – Lecco, 1912) e di Giuseppe Pessina (Lecco, 1879 – Cusano Milanino, 1973) che fanno vedere i diversi modi di rapportarsi alla montagna rispetto alle attività sociali tra il 1882 e il 1914. Mariani era capace di caratterizzare le fotografie delle famiglie borghesi secondo una sensibilità moderna e, grazie alla sua competenza, contribuì a diffondere il canone di compostezza e dignità caratteristici di questo ceto sociale. Questo processo era sviluppato anche attraverso il foto-ritocco, usato per uniformare tutti i ritratti alla pulizia visuale del dipinto. Nelle fotografie esposte ciò è visibile in particolare nella sagoma dei cappelli indossati dai membri della Società Alpina Operaia Lecchese, che risultano essere poco dettagliati e dal profilo netto. La differenza che passa tra Mariani e Pessina segna il passaggio dello sguardo dalla definizione dell’identità borghese, marcata dalla dignità e dalla compostezza dei gruppi ritratti, a uno sguardo più libero e popolare, mutuato dalla comunicazione visiva delle riviste illustrate e dalle cartoline postali. Dalla serietà dei borghesi che si fanno immagine per definirsi come modello sociale (Mariani) si passa a una fotografia che definisce l’identità del fotografo in rapporto con l’evento documentato ed esperito (Pessina). Ad accompagnarli nella sala vi è l’unica fotografia conservata nella la Fototeca del Si.M.U.L. di Ausonio Zuliani (Schio, 1882 – Lecco, 1966): una vista del monte Resegone (simbolo visivo di Lecco) visto da Pian Sciresa (Malgrate), sul monte Barro, datata 1930. Quest’immagine mostra lo sguardo usuale rivolto alla montagna e diffuso nei primi decenni del XX secolo, uno sguardo derivato dal vedutismo del XIX secolo e dalle cartoline postali, uno tra i medium all’epoca più vitali per l’immagine.
Di Zuliani sono note solo poche fotografie, tra cui quelle utilizzate per illustrare la pubblicazione del 1923 Topografia dei “Promessi sposi” nel territorio di Lecco di A. Spreafico, in cui tutte le immagini sono riportate con la firma del proprio autore. Sempre nel 1923 sul “Numero unico manzoniano” de “Il Resegone” dedicato al cinquantenario della morte di Alessandro Manzoni vennnero pubblicate alcune sue fotografie. Nel 1927 partecipò alla mostra d’arte correlata alla Quinquennale in cui era presente una sezione di fotografia. Nel luglio del 1931 pubblicò un articolo sul Notiziario SEL, la rivista mensile della Società Escursionisti Lecchesi, il cui direttore dal 1931 era Arnaldo Sassi. Pubblicò sulla rivista mensile del Club Alpino Italiano nel 1932 l’articolo “Strapiombi!…” e nel 1936 l’articolo “Le vittorie dolomitiche dei giovani fascisti rocciatori di Lecco”. Il primo febbraio 1936 “Lo scarpone”, giornale edito sempre dal CAI, pubblicò una sua lettera con il titolo “L’araba fenice dell’alpinismo” nella sezione dedicata all’“alpinismo invernale tra la nuova gioventù italiana”. In questa lettera emerge tutta la riflessione tecnica e spirituale nei confronti della montagna e dell’alpinismo di Zuliani. Nel 1935 scrisse tre articoli per la rivista “Paesi manzoniani”, uno con il titolo “Le affermazioni dell’alpinismo lecchese. Dai “paracarri” della Grignetta alle “cattedrali” dolomitiche” dove si occupa della conquista del Gruppo della Civetta da parte di Riccardo Cassin e Mario dell’Oro, gli altri due in “La rubrica dello sport” dove documenta le attività sciistiche nel lecchese. Su “Il popolo di Lecco” firma la pagina della “Drammatica conquista della parete nord-est del Pizzo Badile” nel luglio 1937.
Il percorso nelle nuove donazioni inizia con Raffaele Bonuomo (Caserta, 1962) che una la fotografia per la sua capacità di cogliere i segni reali presenti nel mondo (monte Barro e Covoni di località Costa a Lecco) per trasformarli in un linguaggio visivo autonomo, inciso nel nero.
Pietro Sala (Lecco, 1946) con la serie Sciatori immerge lo spettatore nell’astrazione di un bianco puro abitato da tanti piccoli tocchi di colore, secondo una visione che annulla il paesaggio montano per focalizzare l’attenzione sull’interferenza, in senso positivo, della presenza umana sulle piste da sci.
Giuliano Cantaluppi (Como, 1927-1988) ha creato un’atmosfera intima e analitica tanto del paesaggio, guardato attraverso le forme geometriche elementari (in un modo analogo a Paul Cézanne, George Braque e Paul Klee), quanto del linguaggio fotografico, indagato attraverso la ricerca del limite della raffigurazione e della coerenza fisica dell’immagine. La ricerca di Cantaluppi inizia già in fase di ripresa, dove usa pellicole ad alta sensibilità che sottoespone e successivamente sovrasviluppa così da ottenere un maggiore contrasto e una grana più grossa: questo procedimento aumenta la dimensione dei grani d’argento di cui è composta l’immagine fotografica. Nella fase di stampa opera forti ingrandimenti del negativo per enfatizzare ancor di più la presenza della grana e della poca definizione della fotografia. In mostra è presente la serie intitolata “In cammino verso l’ignoto” dove la lettura dei soggetti presenti è via via sostituita dalla presenza dei grani d’argento, fino ad arrivare a una raffigurazione simile a quella dei graffiti preistorici. Qui Cantaluppi è arrivato al limite della possibilità della raffigurazione attraverso la fotografica: oltre il soggetto non sarebbe più riconoscibile, sarebbe solo grana indistinta.
Giandomenico Spreafico (Lecco, 1936) è il rappresentate di una visione fotografica “essenziale” che usa in particolare l’inquadratura, lo sviluppo (sotto esposizione, sovra sviluppo con soluzioni ad alto contrasto), la stampa e il fotomontaggio in camera oscura per creare immagini foti e dinamiche, chiare e coerenti, evocative di un alpinismo mitico. Spreafico ha sempre cervato di fotografare il meno possibile eliminando il più possibile gli elementi dall’immagine per lasciare solo ciò che può condurre l’occhio verso il soggetto, ciò che dice “io” all’interno dell’immagine, ma che spesso non è visibile, non era fisicamente presente davanti all’obiettivo. Egli manifesta l’intenzione di modificare ciò che vede per creare un’immagine nuova. Ciò si manifesta anche nel lavoro in camera oscura, in cui passava giornate intere a realizzare i suoi fotomontaggi.
Giovanni Ziliani (Canneto sull’Oglio, 1937) chiude il percorso con una fotografia che ci riporta sia alla dimensione concettuale del tempo, presente in Bonuomo e Cantaluppi, sia alla rilevanza sociale della montagna abitata-abbandonata. Questa commistione avviene attraverso la tecnica, che lo contraddistingue, del fotomontaggio.
La mostra si conclude con un piccolo, ma significativo allestimento delle cartoline e delle stereoscopie di Giuseppe Pessina. Qui è possibile vedere le attrezzature usate dal fotoamatore per realizzare e studiare la sua inedita produzione di stereografie alla scoperta dell’illusione della tridimensionalità. Questa sezione è fondamentale in quanto permette di avvicinarsi al metodo operativo del suo sguardo.

Daniele Re 23-02-2019

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