André Kertézs, visioni d’ombra

Testo ispirato dalla mostra “André Kertézs. Lo stupore della realtà” al Centro Cultruale di Milano, ideata da Camillo Fornasieri, curata da Roberto Mutti e organizzata dal Jeu de Paume di Parigi , aperta dal 16-01 al 10-03-2019.

Già dalle prime fotografie si capisce che l’interesse di Kertézs è rivolto a come la luce è in grado di modificare la superficie visibile del mondo. Il suo sguardo si sofferma sui luoghi dove questa agisce creando distorsioni ed enigmi visivi, quindi stimolando la possibilità di vedere oltre il dato quotidiano: una sensibilità vicino a quella surrealista, a cui si affianca durante il suo periodo parigino. L’ombra diventa l’elemento costitutivo del mondo immaginario di Kertézs, formato da architetture d’ombra, da guglie luminose, da tracce che divengono soggetti: “L’ombra della Torre Eiffel”, 1929; “Ombre”, 1933; “Vetro rotto”, Parigi, 1929; “La forchetta”, 1929. L’attenzione di Kertézs si focalizza sull’ombra come disegno della luce e sul suo effeto che modifica la realtà: vede lo spazio attraverso l’ombra così che l’elemento “negativo” diventa significante. Kertézs porta in “positivo” la visione del negativo in cui l’ombra è il dato chiaro che forma l’immagine. La deformazione della percezione dello spazio è percepita e riproposta attraverso l’azione dell’ombra.
La visione zenitale di alcune fotografie riduce il mondo a superficie di forme. Le linee verticali e orizzontali servono a suddividere e frammentare in modo regolare il soggetto secondo una sensibilità vicina al Bauhaus e alla Nuova Oggettività. Il dato di strutturazione geometrica del mondo – strade, palazzi, etc. – è astratto, guardato nella sua funzione razionalista di formazione dello spazio.
Il gusto per il mistero, il lato incognito della realtà per come si mostra è vicino, come già detto, alla visione surrealista. Kertézs crea immagini di incongruenza reale per descrivere la teatralità della vita e l’atmosfera di indeterminatezza immaginaria in cui tutti vivono, presente nella città come negli interni delle proprie abitazioni. Nella fotografia “Un pomeriggio alle Tuileries” del 1936 si ritrova il doppio registro della luce e dell’ombra, della realtà e dell’immaginario inseriti in un gioco di rimandi tra due coppie che si baciano, sedute su due panchine che si guardano. Lui sempre in nero, lei sempre in biancho, gli alberi in primo piano neri contro il cielo chiaro, le ombre scure contro i rami chiari degli alberi illuminati sullo sfondo. Le due coppie sotto una pioggia di rami d’ombra e di luce: il doppio si moltiplica e invade la visione articolandola, trovando una via di lettura, sorprendente se si vuole, anche nella semplicità. Nella fotografia “La balconata” del 1-1-1972 Kertézs sembra dire che “riquadrare la realtà non permette di vedere nulla”. Vi sono solo l’orizzonte del mare e del cielo, sul quale la grana della pellicola fa percepire la sua presenza, leggera, ma costante, fitta e materica, fino al disfarsi dell’immagine nei suoi elementi materiali e geometrici nell’ombra di una persona dietro un vetro opaco. Allo stesso modo il colore è una superficie dell’illusione.
La realtà è inarrivabile: è l’ombra l’oggetto colpito dalla luce. Il soggetto in ombra, la superficie su cui si proietta, lo sfondo hanno ancora valore? Velata o riflessa la realtà sta nella capacità di vederla, attraverso.

Daniele Re 8-3-19

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